Geminello Alvi: «Il secolo di Mr. Hyde»

Riccardo Paradisi
America! America? – Sguardi sull’Impero antimoderno n. 6/2014
Geminello Alvi: «Il secolo di Mr. Hyde»

Peggiore dell’americanismo coatto di chi ritiene che il mondo sia un’entità da sussumere al destino anglofono c’è solo l’antiamericanismo isterico di quei frustrati ideologicamente ossessionati dall’America come negazione della loro presunta identità. Identità così abituata ad affermarsi per contrapposizione da essere diventata coscienza infelice, spirito che sempre nega, impotenza organizzata in rancore. A tutti costoro – revanscisti o “antimperialisti” e in fondo americanizzati – gioverebbe, come a tutti, la meditazione di quanto sul secolo americano ha scritto Geminello Alvi, portando sull’egemonia americana e sullo Zeitgeist che l’ha favorita lo sguardo equanime e spregiudicato di un economista e di un uomo di cultura tra i più originali e interessanti di questi anni. Nei suoi libri – dalle Seduzioni economiche di Faust (Adelphi, Milano 1989) a Il Capitalismo: verso l’ideale cinese (Marsilio, Venezia 2011), passando per Il Secolo americano (Adelphi, Milano 2005) e L’anima e l’economia (Mondadori, Milano 2005) – Alvi ha disseminato intuizioni tali da renderli una miniera inesauribile. Questa antologia di testi raccolti dalle sue opere vuole semplicemente essere un’introduzione a un pensiero che afferra le cause e i nessi dell’epoca che va sotto il segno dell’influenza americana e, più in generale, anglofona. Della sua visione del mondo, della sua teoria di vita e della sua prassi.

 

Riccardo Paradisi

 

«Se gli anglofoni prevalgono nella modernità – scrive infatti Alvi –, se oggi a chiunque pare normale vestirsi in blue jeans come cent’anni fa si vestivano i contadini americani, questo è perché il nomos, ovvero la disciplina forma dell’agire degli anglofoni, incarna quello della modernità. Solo agli anglofoni riuscì in effetti di combattere due guerre civili esemplarmente economico-religiose, pervase da raro fanatismo biblico e vili tornaconti» (Il Secolo americano, cit., p. 450).

«Il ridursi del mondo a mercato è un processo non lineare; si svolge da secoli; gli anglofoni vi hanno prevalso […]. Eppure esso pare incontenibile proprio all’indomani del 1991, del disgregarsi dell’ultimo concorrente degli americani al dominio mondiale: l’Urss. Conferma che l’espansione del liberismo, del prevalere del mercato sulla politica, richiede prima il prevalere di una politica. In effetti il liberismo e il suo opposto, il mercantilismo, sono stati nella storia modi ambedue utili all’egemonia economica del più forte. Ad esempio, nel 1651, non vi era un altro modo per estendere il commercio inglese e aumentare la flotta che il Navigation Act. Tutto imponeva a Cromwell di favorire i mercanti, gli interessi navali, delle manifatture esportatrici e dei molti che vi dipendevano, e il proseguire delle colonie. E solo appunto perché dal ’600 al ’700 la politica mercantilista inglese prevale sulla Olanda e la Francia, la City nell’Ottocento potrà concedersi d’applaudire Adamo Smith. Londra aveva ormai la più grande flotta di navi mercantili del mondo, i suoi titoli a lungo e a breve termine erano distribuiti nell’Impero. L’avanzo dei noli, delle rendite e degli interessi sommato era due volte e mezzo il disavanzo mercantile e rendeva ovvio il liberismo. Altri certo erano i conti esteri dell’America di Reagan. Eppure, alla sua morte, per gli Usa, dopo cinquant’anni, il liberismo era ritornato utile, anzi inevitabile. Dopo le guerre stellari gli Stati Uniti sono come l’Inghilterra dopo la sconfitta di Napoleone […]. La ricchezza totale interna è circa venti volte il debito netto con l’estero. Conferma ulteriore che gli Stati Uniti sono una economia continentale. Gli inglesi, leader del mondo per due secoli e mezzo, fino alla grande guerra, erano una economia più orientata dai mercati esteri di quella americana. Come la fine degli Anni Novanta, anche gli Anni Venti promettevano il lusso di massa: auto, radio, costruzioni, ritmavano allora la congiuntura. Appunto la macchina giallo crema foderata all’interno di cuoio verde, la villa di fiaba e la musica di Gatsby. Aiutato nel suo amore per Daisy da atti azzardati. Come l’America d’allora, che per potersi permettere i nuovi consumi durevoli deve indebitarsi e speculare. La Grande Depressione fu un disastro debitorio; malgrado i patrimoni netti che gli Usa possedevano allora sull’estero. Ma nella seconda metà degli anni ’90 gli Stati Uniti hanno superato se stessi. Hanno convogliato capitali da tutto il mondo in una bolla speculativa come è stata Internet. Non risparmiano, sono debitori netti del resto del mondo, con un deficit dei conti esteri del 4,4%, eppure seguitano lo stesso a comandare. Ma come sarebbe possibile, se il processo di globalizzazione fosse un processo puramente economico? Huntington è poco letto; Quigley, malgrado Clinton sia stato suo allievo, è uno sconosciuto. Eppure sono i due storici anglofoni di questo secolo più indispensabili per capire la globalizzazione. In The Clash of Civilization come nei libri di Quigley, si ragiona per civilizzazioni. L’economia è un arto dello spirito, subordinata alle varie culture. La globalizzazione di fine ’900, come il Navigation Act di Cromwell o la City dell’Ottocento, sono modi attraverso cui una civilizzazione, quella anglofona, rinforza o rinnova il proprio potere sulle altre […]. La globalizzazione è una fase del conclusivo consolidarsi di un impero universale anglofono. Persino i canzonettisti che moralizzano dai palchi sono emanati dalla identica cultura. Internet completa un processo d’omologazione anglofona di lingua, cinema, canzoni, moda. L’Impero degli anglofoni è universale, nel senso che annienta ogni diversità, plasma i vari popoli in consumatrice plebe indistinta. Nel gran parlare di Internet s’è dimenticato che il più potente stimolo, dopo le guerre, alla crescita americana è venuto dagli immigrati. È la plebe cosmopolita, che veste in blue jeans come una volta vestivano solo i contadini americani. E come oggi vestono tutti. Ascoltando lo stesso rumore finto musica. Anche perciò la società multiculturale è un’idiozia. Il collante tra l’immigrato e le nazioni che l’ospitano anche in Europa non è né la cultura dell’immigrato né quella di chi lo ospita: è la sciatta cultura delle plebi americanizzate da abiti, tv, dischi, computer. Scriveva Miller che la vita è ormai un incubo ad aria condizionata; aggiungerei che parla l’inglese» (Corriere della Sera, 16 luglio 2001).

«Per l’anima degli anglofoni l’economia è istinto; e l’epoca moderna, ovvero economica, non poteva essere altro che loro. Loro, il feroce candore di tutto con tenacia amministrare e rientrare con terrenizzata volontà, pratici. Agli altri lasciarsi dominare dalle pure astrazioni della testa o dalle confusioni aeree del cuore; agli anglofoni adattare testa e cuore a quanto serve nel corpo all’economico: gli arti e il ventre. L’anima dedita con tenacia a fecondare e ad agire li ipertrofizza, e vi s’affida. Da lì l’istinto sale al cuore e lo denuda di quanto non sia utile, e al pensiero, raffreddandolo a calcolo» (Il secolo americano, cit., p. 50).

«Il desiderio di un’adolescenza eterna avvelena, e imprigiona, gli Stati Uniti. Oltreoceano non è dato d’essere adulti come era nell’armonia dell’epoca omerica; tutti si condannano piuttosto alla nostalgia d’essere adolescenti. E sempre pensano indietro; a come eravamo. In nessun altro luogo dell’epoca presente la nostalgia dell’adolescenza è più intensa e sincera. Solo in quell’età gli americani sanno chi sono; dopo di essa scorrono solamente gli anni anagrafici: quelli interiori s’arrestano. Le automobili e le ipnosi della radio, come le feste di beneficenza, sono i durevoli esorcismi che anestetizzano, evitano dolore alle veementi nostalgie di Gatsby» (Ivi, p. 269).

«Una riprova della ferocia religiosa con cui s’attua l’opposizione amico-nemico in America sono quelle isterie che cicliche tormentano e ipnotizzano l’America. Abolizionismo, proibizionismo, maccartismo sono dei fantasmi che rinforzano la sovranità, danno al dominio statale ambiti propri esclusivi; gli concedono di potere riguadagnare quanto esso ha perduto in confronto all’Europa. Persino le epidemie di ginnastica si piegano allo scopo: nutrono quell’isteria per la felicità che è la vera garante della Costituzione americana» (Ivi, p. 449).

«Riconoscere il Male, scoprire in Lenin e Hitler e in Charlot non uomini ma grottesche marionette animate da malvagità sovraumane, divine. Il Secolo Americano e le infamie di cui esso si nutre darebbero almeno il modo di capire, di riconoscere il Divino in atto. Se non si ha il coraggio di reggere il Cristo e l’Apocalisse, almeno si riconosca la divinità del Male, l’orrore» (Ivi, p. 444).

«La Virginia e il Sud erano emanati e permanevano in una Inghilterra ancora elisabettiana: aristocratici, agrari, devoti agli studi classici, rinascimentali. Gli altri erano i seguaci di Cromwell: le anime del New England per le quali papisti, indiani o inglesi fedeli all’Inghilterra erano figli delle tenebre, e l’unica felicità pensabile era quella non classica, né aristocratica, generata dal capitale. Il Sud venne prima piegato alle urgenze di un Nord che voleva i dazi e che pareggiava la sua bilancia mercantile con le esportazioni di cotone del Sud. Ma non poteva bastare ridurre il Sud alla condizione di una Periferia economica, come diverrà quella dei nuovi Stati free soilers. Era il nomos del Sud che doveva annientarsi; doveva prevalere il nomos dei navigatori mercanti che con Cromwell avevano mutato gli inglesi in anime per sempre diverse da quelle dell’Europa. A tanto pensò il presidente Lincoln» (Ivi, p. 450).

«“Il mio sogno è che nel procedere degli anni, e come il mondo saprà di più dell’America, esso… ricorrerà all’America per quelle moral inspirations che risiedono alla base di ogni libertà… e che l’America giungerà alla piena lucentezza nel giorno in cui tutti sapranno che essa colloca i diritti umani avanti a tutto, e che la sua bandiera è la bandiera non solo dell’America, ma dell’umanità”. Il bene umano si confonde con il bene degli Stati Uniti, e il bene degli Stati Uniti era deciso dalla pubblica opinione americana: dunque spettava al profeta Wilson, che ispirava la pubblica opinione, incaricarsi del bene dell’umanità. Per questo sillogismo, le adolescenze di Wilson decisero il secolo e i salotti dei Club di Washington e di Wall Street divennero cruciali per la salvezza dell’umanità» (Ivi, p. 39).

«Anglosaxon idea significa che non è l’America, ma l’Inghilterra, a reincarnarsi in un Secolo Americano» (Ivi, p. 451).

«L’ideologia degli indoeuropei era triarticolata, separava rigidamente economia, religione e guerra. E dunque i guerrieri, non i banchieri, avrebbero deciso la guerra, e si sarebbe chiesta alla religione e non all’economia la felicità. In un’epoca economicizzata e quindi disordinata, invece, prevalgono le prepotenze della Morgan & Co. E le religioni dei Wilson; peggio, paiono ovvie e innate» (Ivi, p. 41).

«L’America: sogno di mondi reiterabili, cinema, finzione venduta per vera, circo senza ritegno» (Ivi, p. 43).

«L’americano ideale è il mal cresciuto; è per non crescere che egli si applica con ogni tenacia, e ordine, a guadagnare denaro; con esso acquisterà la felicità e reiterate adolescenze a comando» (Ivi, p. 451).

«La felicità del Secolo Americano è circolare, vuole bastarsi; la felicità donata dalla bellezza all’io invece bilancia quel dolore, che è il nome dell’anticielo, della gravità che solo brama seguitare a rattrappirsi e che, se ci riuscisse, annienterebbe la vita. Il sotto della terra greve, se penetrato, genera un preliminare dolore necessario, senza il quale la bellezza del mondo vegetale e animato non vivrebbe, e non esisterebbe più alcuna felicità umana. L’apocalittico ricerca la felicità nella bellezza per reggere il dolore della terra, che senza rimedio poi l’annienterà» (Ivi, p. 466).

«Le follie necrotiche di Hitler hanno dimostrato che esiti abbia un prussianesimo di massa americanizzato; hitleriti cinematografizzanti, i loro incubi aerei ed esoterici hanno incarnato esemplarmente il nomos dell’aria, ovvero un mondo divenuto criminale pur di rimanere per l’eternità finto: questo era l’incubo di Hitler. Solo il nomos del fuoco, e dunque libertari apocalittici, ma ordinati, possono offrire modo al meglio dell’Europa di reincarnarsi in Russia» (Ivi, p. 470).

«Le élites degli anglofoni si sedimentano per cooptazione e in modi occulti e assai stravaganti. Altro sospetto, non politicamente corretto, ma lecito: la forza di quelle nazioni non sono i meccanismi elettorali, ma la coesione dei loro establishment, che li fa agire con spregiudicatezza ed efficacia impossibili alle disomogenee classi dirigenti europee» (L’anima e l’economia, cit., p. 14).

«Ci sono state tre guerre mondiali tra l’area anglofona e il resto del mondo. Mai interne all’area di lingua inglese. E questo è piuttosto paradossale, se si pensa al modo in cui i vari imperi si sono succeduti nel dominio universale. Questo è stato insomma il “Secolo Americano”, ma anche il secolo anglofono per eccellenza, in cui le economie anglofone hanno prevalso non soltanto per le loro virtù economiche, ma soprattutto per dei calcoli politici ogni volta riusciti alle élites inglesi e americane» (Ivi, p. 140).

«Il liberismo di Washington dovrebbe riconoscersi come una fase di narcosi, che ricerca in stati, non soltanto monetari, e tutti alterati, la maniera di proseguire un’esagerazione: quella del lusso di massa, di consumi senza risparmio, ma presi a misura del mondo. L’omologazione ha ormai un nome: americanizzazione. Maniera usata dall’estremo Occidente per omologare il mondo all’egoismo degli Stati Uniti d’America, trascorsi dalla barbarie alla decadenza, senza mai conoscere la civiltà […]. Come improvvise ondate, i popoli dell’Oriente si desteranno contro l’Occidente. In guerre che sono e saranno conflitti di civiltà. Tra l’io incarnato dalla civiltà anglofona in forme solo venali e il dispotismo orientale in forme ossesse» (Il capitalismo, cit., p. 263).

«La Cina è gesto vitale che sa cos’è la vergogna ma non il peccato; gli Stati Uniti un incubo ad aria condizionata; ma l’Europa? L’Europa è il logos. Questa la sola risposta d’un esprimersi estremo. Dicendo che l’Europa è il luogo del mondo dove reiterate volte l’io è giunto a massima espressione, nominando Keplero, Socrate, Goethe… si fraintenderebbe. Si resterebbe ancora in un dire museale. A meno che non ci si separi dallo spazio dell’economia e dello Stato; e questo suo logos si lasci quindi senza nomos: puro spirito nascente, solo e, com’è, disperato. In cupo abisso, terribile e vuoto, si dà l’Europa e il suo coraggio, che è quello scritto da Leonida e i suoi trecento alle Termopili. E quindi da Carlo Magno a Poitiers, da Socrate che beve la cicuta, dagli ebrei che insorsero nel ghetto di Varsavia, da Bruno finito bruciato a Campo dei Fiori. I pochi di qualunque lingua e vario colore sono l’Europa. Solo in quanto stato dell’anima, essa definisce lo spazio in voragine individuale. La Stalingrado dei tedeschi e dei russi; la X Mas che salvò Venezia dalle foibe; le ciociare violentate dopo Cassino che tirarono su i nati che gliene vennero, come figli loro; gli aviatori studenti della battaglia d’Inghilterra… Ecco l’Europa: il logos dove l’io può darsi in espressione altrove impossibile. Sacrificio di libertà in cui i pochi salvano i molti e, ogni volta, pagano però con la vita. In ciò l’Europa è cristiana e argomento della cavalleria più aristocratica, calma e coraggiosa: quella del dolore» (Ivi, p. 299).

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