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Le piazze del sapere

Biblioteche e libertą

LE PIAZZE DEL SAPERE

 

Biblioteche e libertà

(titolo provvisorio)

 

Antonella Agnoli *

 

 

 

 Le nostre città hanno bisogno urgente

di biblioteche di nuova concezione,

dove i cittadini si possano incontrare

stabilendo relazioni sia intellettuali

sia affettive: ‘le piazze del sapere’.

Guido Martinotti

 

Qualsiasi progetto bibliotecario messo in cantiere oggi deve te­ner conto dell'evoluzione demografica dei prossimi vent'anni (5 prima dell'apertura e 15 di attività prima di un futuro restyling). L'orizzonte a cui guardare è quindi quello del 2030. Come sa­ranno gli italiani di allora? Quali utenti avremo?

 Già oggi l'Italia ha una struttura demografica distorta ri­spetto al passato, e anche rispetto alle medie europee: abbiamo pochi bambini. Ci sono quasi 140 ultrasessantacinquenni ogni 100 bambini fino a 14 anni, mentre in Irlanda ci sono solo 54 an­ziani ogni 100 bambini e la media europea è 95. Questo è il frut­to della denatalità, che ora si sta in parte correggendo (soprat­tutto grazie alle donne immigrate) ma che si invertirà solo len­tamente. Sul fronte della durata della vita, invece, è prevedibile che si registrino ulteriori progressi, e quindi il numero di anzia­ni continuerà ad aumentare.

Per ragionare sul contesto in cui le biblioteche si troveranno a operare è importante sapere non solo quanti potenziali utenti avremo ma anche che tipo di persone saranno. Anziani a parte, per esempio, potremmo avere molti adulti in difficoltà con il leg­gere, scrivere e far di conto. Cominciamo dal 'far di conto'.

Esiste un'indagine interna­zionale del Boston College sugli studenti di 9-10 anni che met­te a confronto le loro capacità in matematica e scienze (Timss, Trends in International Maths and Science Study). I risultati per la sola matematica, diffusi nel dicembre 2008, collocano gli alunni italiani di quarta elementare al sedicesimo posto dei 36 paesi partecipanti. Tutti i paesi con un livello di industrializza­zione e reddito simile a quello italiano sono in una posizione mi­gliore di quella del nostro paese, tranne la Svezia e l'Austria, i cui risultati sono sostanzialmente simili a quelli dell'Italia. Le performance degli alunni italiani di terza media sono ancora peggiori: si piazzano al diciannovesimo posto su 49 paesi, ulti­mi tra le nazioni occidentali industrializzate.

Nelle materie scientifiche le cose vanno un po' meglio: gli alun­ni italiani di quarta elementare sono al decimo posto di una classi­fica che comprende 35 paesi. Il punteggio medio ottenuto, 535, ci colloca all'incirca a metà fra il massimo (587, Singapore) e il minimo (477, Norvegia) ottenuti da paesi industrializzati. Negativo, in­vece, è il risultato degli alunni di terza media, pari a 495, ultimo fra quelli dei paesi industrializzati con l'eccezione della Norvegia.

Veniamo alla lettura e guardiamo ai numeri: il programma dell'Ocse Pisa (Progmmme for International Students Assessment) fornisce ogni tre anni una miniera di dati sulle capacità degli studenti di 15 anni, paese per paese. L'Italia ottiene un punteggio medio di 469, significativamente inferiore a quello della media dei paesi dell'Ocse (492), e compare nella parte me­dio-bassa della classifica, con performance simili a quelle della Grecia (460), della Spagna (461) e del Portogallo (472).

Le capacità degli studenti italiani di leggere e interpretare un testo sono molto inferiori a quelle degli studenti francesi (488), tedeschi e inglesi (495). Siamo poi lontanissimi dai livelli olan­desi e svedesi (507), irlandesi (517) e finlandesi (547). Benché la differenza tra maschi e femmine, a favore delle ragazze, sia un dato comune a quasi tutti i paesi, in Italia (41 punti) essa è an­cora più marcata della media Ocse (38 punti). Nel 2007 un ragazzo su cinque tra i 18 e i 24 anni aveva con­seguito solo la licenza di terza media e non frequentava alcun corso di formazione. I tassi d'abbandono scolastico sono supe­riori al 25% in Campania, Sicilia e Puglia: nessun paese della Unione Europea ha disparità così marcate tra le varie regioni. Tra il 2004 e il 2007 il fenomeno si è ridotto, ma siamo lontani dagli obiettivi fissati a Bruxelles.

L'impoverimento della lingua usata anche dai giovani inseri­ti nel sistema scolastico è tale che la comprensione dei testi è dif­ficile per molti di loro, il che significa essere persone che non possono leggere un libro o un giornale e, soprattutto, cittadini a rischio nei loro diritti elementari perché in difficoltà a capire una bolletta della luce o un estratto conto. La drammaticità del problema nasce dal fatto che “Nella società dell'informazione”, spiega Alberto Salarelli, “l'alfabetizzazione è una necessità fon­damentale in quanto funzionale ai fini del consumo dell'infor­mazione stessa, e dunque dell'intero volano economico sul qua­le si regge l'Occidente contemporaneo”.

La situazione sta migliorando o peggiorando? Continua a peggiorare, con un trend apparentemente inarrestabile: nel 2000 il nostro punteggio medio Pisa era, nella lettura, 488; nel 2003 era sceso a 481 e nel 2006 a 469. Possiamo consolarci guardando a chi ha fatto peggio di noi, come l'Argentina (- 45 punti), la Romania e la Spagna (- 32 punti) o dobbiamo guardare al Portogallo (+ 2 punti), alla Svizzera (+ 4 punti), alla Germania (+11 punti) o addirittura alla Polonia (+ 29 punti)?

Non stupisce che, tra il 1992 e il 2004, l'evoluzione dei con­sumi culturali dei giovani tra i 15 e i 29 anni sia stata questa: i grandi consumatori di prodotti culturali (“onnivori” nei dati Iard) sono crollati dal 22% al 12%. Gli “esclusi” - chi sostan­zialmente non legge giornali, non compra libri, non va al cine­ma, né a teatro, né al museo, né a un concerto - sono passati dal 35% al 43%. In altre parole, quasi un giovane italiano su due non ha consumi culturali di alcun tipo.

Torniamo alla preparazione dei nostri quindicenni e guar­diamo alla loro capacità di ragionare in modo scientifico: secon­do il rapporto Ocse 2008(a), la media degli studenti dei paesi membri ha un punteggio di 500, con la Finlandia che raggiunge quota 563 e il Brasile sotto quota 400; l'Italia è nel gruppetto di coda, con un punteggio di 475, che la pone davanti solo a Gre­cia e Portogallo. Uno studio preparatorio di Maria Teresa Siniscalco per l'Unesco ci dice che il 32% per cento dei nostri adolescenti è al li­vello 1 delle capacità di calcolo, o non raggiunge neppure quel­lo, il che sostanzialmente significa che a stento può fare addi­zioni e sottrazioni. Un terzo dei giovani italiani! Negli altri paesi dell'Ocse la media degli studenti nelle stesse condizioni è il 13%.

Un tempo le nostre scuole materne ed elementari avevano una tradizione di eccellenza e avevamo dei solidi licei. Oggi le scuole italiane sono in condizioni molto diseguali, spesso assai mediocri. La crisi, dopo anni di errori e di non investimenti, si è scaricata anche sull'università. Storicamente il nostro paese ha sempre avuto un basso nu­mero di laureati rispetto al numero di giovani tra i 20 e i 29 an­ni. Ancora nel 1998, la Gran Bretagna aveva 41 laureati su 100 adulti in questa classe d'età, la Spagna 30, l'Italia appena 14. Ot­to anni dopo, grazie alla riforma che ha introdotto le lauree triennali separate dalle successive lauree magistrali (il cosiddet­to schema 3 + 2 di istruzione superiore), il nostro paese ha fat­to un balzo in avanti e ha oggi 32 laureati ogni cento giovani fra i 20 e i 29 anni, poco meno della Spagna (35) ma sempre lonta­no dalle percentuali inglesi (56). Resta il fatto che, in breve tem­po, la percentuale di laureati in questa fascia d'età è più che rad­doppiata. Il rapporto Ocse sull'educazione cita specificamente l'Italia per questo risultato. I pochi studenti bravi si distinguono all’interno di una generazione priva di punti di riferimento, come rivelano i test di ammissione alle lauree magistrali in Scienze Politiche di Bologna-Forlì.

Che la situazione sia questa non deve stupire. I politici italiani, come si disinteressano di biblioteche, ignorano tutto (o quasi) della scuola e dell’università, considerate costose sacche di mantenimento di insegnanti fannulloni. Nel 2004 Tullio De Mauro osservò amaramente: “Ho assistito una volta a un dialogo televisivo che aveva qualcosa di irreale tra Gianfranco Fini, che di scuola mostrava di non capire niente, e Piero Fassino, che sosteneva tesi opposte alle sue, ma anche lui lasciava intendere di non saperne granché”.

Internet ha abbassato drammaticamente le “soglie di ingres­so” in attività economiche tradizionali come l'editoria. Non solo: l'attività creativa in rete sembra trovare (con fati­ca) alcuni modelli economici funzionanti. L'Italia è un paese di grafomani che non leggono, ma quan­do l'80% delle famiglie saranno collegate alla banda larga sarà per­fettamente possibile che i nuovi Saviano, i nuovi Carofiglio, i nuovi Giordano emergano dalle migliaia di testi resi disponibi­li gratuitamente su internet, magari collegati a un servizio di print on demand, per cui  chi proprio detesta leggere sul video, o avere un libro sotto forma di 300 pagine in formato A-4, potrà ordinarlo per pochi euro, rilegato.

Purtroppo l’Italia rimane indietro perfino nella percentuale di famiglie che hanno accesso a internet che, incredibilmente, è diminuita dal 43% al 42% fra il 2007 e il 2008 (anche se aumenta la diffusione della banda larga e dell’accesso via cellulare). Non solo i paesi più simili a noi come popolazione e reddito hanno una diffusione molto maggiore (Francia 62%, Gran Bretagna 71%), ma ci superano anche la Spagna (51%) e perfino la Lettonia (53%), la Lituania (51%), Malta (59%) e Cipro (43%)29...

Finita la fase dello sfruttamento di competenze informali ac­cumulate in famiglia, sul territorio o nell'emigrazione, l'indu­stria - come scrive l'economista Guido Tabellini, rettore della Bocconi - “sconta un lento ma grave accumulo di perdita di compe­titività, dovuto alla bassa crescita della produttività e alle caren­ze infrastrutturali del paese”.

La prima infrastruttura è ovviamente la scuola: avremmo avuto bisogno di manodopera scolarizzata a un livello più alto, ma questo investimento in capitale umano non è mai stato fat­to, come ci mostrano le statistiche della spesa pubblica per l'e­ducazione pubblicate da Eurostat (e quando è stato fatto le aziende tendono a non riconoscere e non ricompensare le com­petenze in modo adeguato).

L'Italia spendeva nel 1997 il 4,46% del prodotto interno lor­do (Pil) per l'educazione (comprese le varie forme di sostegno alle famiglie), una cifra che era poco più della metà di quella del­la Danimarca ma abbastanza vicina alla media europea, che era allora il 4,79%. Otto anni dopo, nel 2005, la media dell'Europa a 27 membri era passata al 5,03%, mentre l'Italia aveva addirit­tura diminuito, sia pure di poco, il proprio sforzo finanziario, ri­masto a quota 4,43%. In particolare, la spesa, che nel 2001 ave­va raggiunto il 4,86% del Pil, era diminuita regolarmente nei quattro anni successivi, toccando, come si è detto, il 4,43 %. Nel 2007 era tornata al 4,7%, ma da allora tende a scendere, non so­lo in percentuale ma anche in cifre assolute.

Questo 4,7% dell'Italia, che nel 2009 è probabilmente di­ventato il 3,9%, ci colloca al ventesimo posto in Europa, dietro paesi non certo celebri per le loro tecnologie d'avanguardia e le loro fiorenti condizioni economiche come la Bulgaria, la Litua­nia e la Lettonia. Se l'Italia usa meno del 10% della spesa pubblica per l’istruzione, l’Irlanda spende il 14%, la Corea il 15,3% e il Messico addirittura il 23,4% (dati Ocse).

Non stupisce che, nella rassegna annuale di persone che “stanno cambiando il mondo”, secondo il settimanale Time, troviamo attivisti del Costa Rica o del popolo Inuit, inventori di Singapore, americani o tedeschi, donne afgane e politici della Guinea, ma nessun italiano. Ancor meno c'è da meravigliarsi del fatto che l'Italia non abbia conquistato un solo premio Nobel in materie scientifiche dopo quello di Rita Levi Montalcini nel 1986, né un premio Nobel di qualche tipo dopo quello per la letteratura di Dario Fo nel 1997 (il consueto provincialismo dei giornali italiani ha cercato di spacciare per riconoscimenti al no­stro paese i Nobel del 2007 a Mario Capecchi, che emigrò negli Stati Uniti nel 1946, quello del 2002 a Riccardo Giacconi, che partì nel 1956, e quello del 1975 a Renato Dulbecco che partì nel 1947).

II deserto culturale è, nel lungo periodo, fatale per il sistema-paese. L'economia cognitiva si basa sulla possibilità di reinter­pretare, riconfezionare, valorizzare processi produttivi ed ele­menti culturali già esistenti. La nostra è un'epoca in cui la paro­dia, il pastiche, la “riscoperta” di opere e autori del passato so­no diventate le forme culturali prevalenti. Qualche esempio ba­nale: il magazine di “la Repubblica” fa una copertina sulla psi­cologia dell'automobilista con il titolo Dr. Jekyll e Mr. Drive. Perché il titolo sia attraente occorre che il lettore, a prima vista, riconosca il gioco di parole sul titolo del racconto lungo di Robert Stevenson The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde, più noto semplicemente come Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Oltre a un minimo di familiarità con la letteratura (magari attraverso la mediazione del cinema), il titolo di copertina presup­pone che tutti i lettori di “la Repubblica” parlino l'inglese, per­ché devono sapere che “Drive” significa “guidare”, altrimenti il sottotitolo Perché al volante diamo il peggio di noi non avrebbe alcun senso. La lettura dell'articolo, poi, è fitta di statistiche, dando per scontato che il lettore sappia come interpretarle: “II 2,7% degli incidenti dipende da un guidatore che si ferma a guardare qualcosa”. Questo 2,7% è molto, è poco?

Se “l'Unità” fa una copertina con la foto di Giorgio Napo­litano e il titolo Nessun tagli, ci si potrebbe chiedere se il ca­poredattore distratto non abbia pasticciato con sostantivi e verbi lasciando passare un errore, mentre la versione corretta avrebbe dovuto essere “Nessun taglio”. Chi ha qualche fami­liarità con un prodotto culturale a suo tempo di massa come l'opera lirica riconoscerà però il gioco di parole sulla roman­za della Turandot Nessun dorma”, e capirà che il giornale dà una versione spiritosa dell'esortazione del presidente della Repubblica al governo perché non tagli i finanziamenti all’università.

Un fenomeno abbastanza stupefacente è il frequente falli­mento dei genitori italiani colti (e delle università a cui hanno mandato i figli) nel trasmettere i codici culturali della loro generazione. Mentre chiunque abbia frequentato l'università tra il 1965 e il 1980 riesce a collocare in un quadro di riferimento Vivaldi e Rossini, Mantegna e Caravaggio, Voltaire e Rousseau, Marx e Tocqueville, Orwell e Truffaut, i neolaureati di oggi pos­sono anche sapere chi sono questi personaggi ma non hanno al­cuna idea di chi viene prima e chi dopo, del contesto sociocul­turale, degli sviluppi storici e politici in cui questi capisaldi del­la nostra cultura hanno operato. Le nozioni apprese per gli esa­mi universitari non hanno dove “ancorarsi”, dove costruire una conoscenza non effimera, un pensiero critico, e quindi vengono rapidamente dimenticate.

Per il futuro dei giovani, questo è semplicemente terribile: se, sempre più spesso rispetto al passato, chi esce oggi dall’università ignora chi sia Palladio, non ha mai letto i classici della letteratura e balbetta sulla storia d’Europa, ci sono poche possibilità che intraprenda una carriera di successo e neppure riuscirà a capire Casablanca a sufficienza per poterne scrivere sul suo blog.

Cosa possono dare le “strutture”  personali e istituzionali al territorio? La Francia, al contrario dell’Italia, ha da sempre una politica nazionale di forte sostegno alla cultura, di cui fanno parte una varietà di provvedimenti: dalla costruzione di luoghi di attrazione come il Beaubourg o il museo della Scienza alla Villette fino alle leggi che cercano di difendere le piccole librerie vietando uno sconto sul prezzo di copertina del libro superiore al 5%.

La politica – scrive Irene Tinagli – è l’unico soggetto in grado di promuovere interventi di ampio respiro che vadano a toccare tutti i principali processi di formazione e valorizzazione del talento”.

Nella crisi italiana le biblioteche di pubblica lettura non so­no la panacea ma certamente devono essere parte della soluzio­ne. Se si vuole modificare l'ecosistema culturale non si può che partire dalle città e avviare servizi che, nel lungo periodo, stimolino la lettura, la conoscenza della musica, del cinema, dell'arte. Questi servizi hanno senso soltanto se so­no collegati fra loro, se collaborano, se formano una rete (metafora abusatissima, di cui si è dimenticato il significato originario di strumento flessibile ma unitario e solido). Scuole, università, musei, cinema, teatri e biblioteche sono gestiti in modo autoreferenziale, addirittura senza conoscenza di cosa fa il vicino, men che meno coordinamento. Ciascuno fa per sé, trincerato nel­l'autonomia istituzionale, il più comodo degli alibi per la pigrizia conservatrice.

L'università e la scuola si rivolgono solo a determinate fasce d'età, i musei sono troppo lontani dall'esperienza quotidiana del cittadino, i teatri coltivano interessi specifici: biblioteche rinno­vate potrebbero invece dare un impulso alla collaborazione fra istituzioni diverse, oltre che indirizzare il cittadino verso altre esperienze culturali sul territorio.

 Estratto da “Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà”, Ed. Laterza 2009, pagg. 42-64).

 * Antonella Agnoli ha progettato e avviato la biblioteca San Giovanni di Pesaro, di cui è stata direttore scientifico fino a marzo 2008. Da allora ha collaborato al restyling degli Idea Store di Londra e a numerosi progetti bibliotecari in Italia. E’ consulente di vari architetti e di molte amministrazioni locali per la progettazione degli spazi e dei servizi bibliotecari e per la formazione del personale. È coordinatrice dell'Associazione Forum del Libro e collabora con Artelibro a Bologna. Ha pubblicato La biblioteca per ragazzi (Milano 1999) e vari saggi in volumi e riviste scientifiche.

 

 

 

 


Autore: Antonella Agnoli


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