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Le radici dell'odio

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Testimonianze

 

 

Un contributo alla chiarezza e alla verità

 

Le radici dell’odio nel nostro Paese

 

“Io parlo per ver dire,

non per odio d’altrui, né per disprezzo”

 

 

Era finita da poco la Grande Guerra. L'Europa si trovava di fronte ad una crisi senza precedenti, ch'era poi l'effetto di una si­tuazione già presente negli ultimi anni dell'Ottocento e ch'era sta­ta appunto il motivo di quel conflitto. Un conflitto che aveva causato più di otto milioni di morti, distrutto intere aree geogra­fiche e sconvolto l'assetto del Continente. E la pace di Versailles, con gli scontenti, i problemi e i desideri di rivalsa che ne deriva­vano, lungi dal liberare il cielo dalle nubi, preparava nuovi nem­bi e rovinose tempeste.

In Italia la vittoria «mutilata» aveva diffuso un senso di risen­timento e di sconforto, a cui si aggiungevano il malumore e il di­sagio dei reduci, che faticavano a trovare un lavoro, ad inserirsi in una realtà che sentivano estranea o addirittura ostile. E se questo era lo stato d'animo di coloro che bene o male erano rimasti integri nel corpo, cosa dire dei settecentomila mutilati, molti dei quali non avevano ancora vent'anni, ciechi, storpi, senza braccia, senza gambe, che non potevano lavorare e stentavano a sopravvi­vere con una pensione minima che lo Stato, per giunta, tardava a corrispondere?

Ma ciò che più mortificava i nostri reduci erano gl'insulti e le aggressioni da parte di coloro che durante la guerra se n'erano sta­ti ad oziare nei caffè o nelle sale da gioco, e che ora si sentivano offesi perché quelli osavano ostentare i segni del loro coraggio e del loro valore. Gli strappavano dal petto le medaglie, li inseguivano per le strade, gli tendevano imboscate, li tempestavano di pugni e di calci, li prendevano a randellate. E chi cercava scampo infilandosi in un portone, in un negozio o in un caffè, veniva egualmente agguantato, fra un rovesciare e uno sfasciar di mobi­li, di sedie e tavolini.

Gli autori di quelle aggressioni erano i socialisti e i comunisti, che approfittando dello stato di miseria delle masse inasprite dai sacrifici sostenuti durante il conflitto, miravano a conquistare il potere con la violenza per instaurare la dittatura.

«Farem come la Russia, farem come Lenìn!», gridavano per le strade, agitando le loro bandiere.

Del malcontento dei reduci si fece portavoce Mussolini, che appena finita la guerra, prevedendo quelle manifestazioni di osti­lità, aveva detto loro:

«Presto ritornerete a casa. E come sarete in pace ritroverete su­bito i parassiti, i vigliacchi, che tenteranno di svalutare la vittoria, di convincervi che vi siete battuti per i signori, per i padroni. Do­vremo dunque difendere i nostri morti dall'immonda profanazione? Non sentite che la muta degli sciacalli è intenta a frugare fra le vostre ossa, è china a raspare sulla terra che fu abbeverata dal vostro sangue, si accinge a sputare sul vostro memorabile sacrifi­cio?».

Per questo motivo (ma anche per contrastare il diffondersi del bolscevismo: due giorni prima in Ungheria i comunisti avevano preso il potere) il 23 marzo del 1919 nacquero - fondati da Mus­solini - i Fasci Italiani di Combattimento, ispirati ad un acceso nazionalismo che rivendicava i valori della Vittoria e del Com­battentismo.

E un nuovo grido cominciò ad echeggiare per le strade d'Italia:

 

«All'armi siam fascisti,

terror dei comunisti...»

 

Salutati con simpatia da vasti settori dell'opinione pubblica, i Fasci erano invisi ai socialisti, che il 15 aprile, a Milano, inscena­rono una manifestazione di protesta. I fascisti, appostatisi in piaz­za del Duomo, come li videro arrivare si lanciarono all'assalto e li misero in fuga, poi, seguiti da un grande codazzo di popolo, si recarono alla sede dell'Avanti. Qui, travolto il cordone dei soldati, sfondarono il portone, irruppero nella redazione e nella tipogra­fia, bastonarono i giornalisti, sfasciarono mobili e macchinari, lanciarono dalle finestre carte e suppellettili e ne fecero un falò sulla strada, mentre altri gettavano i resti di quel saccheggio nelle acque del Naviglio. Quindi si diressero tutti alla sede del Popolo d'Italia, dove si trovava Mussolini, che affacciatesi al balcone gridò alla folla esultante:

«L'orda leninista, che credeva di poter sabotare la vittoria, ha trovato degli italiani disposti a tutto. Il popolo lavoratore avrà il buon senso e la forza di non lasciarsi traviare da coloro i quali mi­rano a trascinarli alla rovina. Viva l'Italia!».

Le due fazioni si rinfacciavano a vicenda la responsabilità di quelle violenze (i fascisti dicevano che i «sovversivi» tiravano il sasso e nascondevano la mano), certo è che a Milano tutti i cortei dei socialisti andavano a finire sotto le finestre del Popolo d'Italia, in via Paolo da Cannobio, e lì i dimostranti si scagliavano in in­vettive velenose contro Mussolini, gridando:

«Viva la Russia! Viva i Soviet! Viva Lenin!».

Il Fascismo era benvoluto anche dagli intellettuali, che vede­vano nella «remissività stupida e inconsapevole» del partito so­cialista e nella sua «furia contro tutti i valori» la causa del «disgre­gamento continuo, dello sfacelo progressivo della vita politica ita­liana». Già nel 1907 Benedetto Croce aveva definito il socialismo una «vera e propria malattia morale che conduce gli operai della grande industria del vuoto a propugnare ideali di dominazione e devastazione, senza sapere con sicurezza contro chi e perché e con quali mezzi e quali fini muovere tanto fracasso».

Nel giugno del '19 il governo procedette alla liquidazione del­l'esercito (migliaia di ufficiali e di soldati furono licenziati, senza che fosse stato predisposto alcun provvedimento economico a lo­ro favore). D'Annunzio, per protesta, si dimise, pubblicando un articolo dal titolo Disobbedisco, e quando vide che la città di Fiume, a dispetto della volontà popolare che la voleva unita all'Italia, non sarebbe rientrata nel nuovo confine dello Stato italiano (il trattato di pace la destinava infatti alla Iugoslavia), con un gruppo di volontari e truppe dell'esercito regolare, occupò Fiume: «l'unico poe­ta», scrisse Ezra Pound, «che abbia conquistato una città».

Vista come un fatto rivoluzionario dalle sinistre, compiaciute per l'atto di insubordinazione dei militari, quell'impresa si con­cluderà col famoso «Natale di sangue» e con l'abbandono di Fiu­me da parte di d'Annunzio e dei suoi legionari, di fronte alla mi­naccia di un bombardamento che avrebbe causato una strage e la distruzione della città.

Nel mese di novembre, forti del loro successo elettorale, i so­cialisti tolsero dai municipi il tricolore e vi issarono la bandiera rossa, asportarono dalle aule scolastiche e da altri edifici pubbli­ci il crocifisso e il ritratto del re, spostarono il giorno del riposo settimanale dalla domenica al lunedì e indussero i genitori a im­porre ai propri figli non più i nomi di santi cattolici ma quelli di socialisti, come Ateo, Lenin, Spartaco e Ribellione. Dopodiché sfilarono per le strade di Milano portando sulle spalle una bara con la scritta «Qui giace Mussolini» e alla fine la gettarono nel Naviglio. Il giorno dopo l’Avanti dava notizia del ritrovamento di un cadavere ripescato in quelle acque «in stato di avanzata pu­trefazione».

Nel 1920 gli operai occuparono le fabbriche, uccidendo i diri­genti e i lavoratori che cercavano di contrastarli, poi, sostituitisi ai padroni, presero a regalare le merci o a venderle a prezzi straccia­ti, mentre dalla Russia gli esponenti del partito comunista fo­mentavano la rivolta, minacciando di espulsione quei compagni che non avessero obbedito. In quello stesso anno a Milano, in piazzale Loreto, socialisti e comunisti attuarono una strage raccapricciante, e in quell'occasione Mussolini scrisse sul Popolo d'Ita­lia: «La nostra storia non ha episodi così atroci come quello del piazzale Loreto. Nemmeno le tribù antropofaghe infieriscono sui morti. Bisogna dire che quei linciatori non rappresentano l'avve­nire, ma i ritorni all'uomo ancestrale, che forse era moralmente più sano dell'uomo civilizzato. Né giova ributtare sulla guerra l'o­rigine di questa ferocia. I linciatori di piazzale Loreto non videro mai una trincea: si tratta di imboscati o di minorenni che non hanno fatto la guerra. I reduci di guerra sono, in genere, alieni dal­le violenze».

Da parte loro gli «squadristi», capitanati da Italo Balbo, com­pivano «spedizioni punitive» contro «i traditori e i denigratori del­la vittoria», togliendo dagli edifici pubblici le bandiere rosse e is­sando al loro posto il tricolore. A Ferrara vi furono tre morti tra i fascisti, con la conseguenza che al loro funerale accorse una folla di quattordicimila persone e in meno di un mese gli iscritti alla se­zione del partito fascista da 300 diventarono 3.000.

Ma la strage che diede l'avvio alla spirale di violenza con le pri­me vere e proprie rappresaglie da parte dei fascisti fu quella di Pa­lazzo d'Accursio, a Bologna.

Per festeggiare la vittoria nelle amministrative per il Comune i socialisti avevano organizzato una grande manifestazione, garan­tendo «prudenza, nessuna esposizione di bandiere rosse negli edi­fici e rispetto assoluto ai consiglieri della minoranza». Ma già du­rante il corteo i dimostranti avevano insultato i decorati, i mutilati e persino i preti, prendendo a bastonate chi non salutava le loro bandiere.

Ventimila persone gremivano la piazza aspettando che si af­facciasse il sindaco, tra fiaschi di lambrusco e il suono della ban­da che intonava inni rivoluzionari.

 

«Avanti popolo, alla riscossa,

bandiera rossa trionferà».

 

A un certo punto, contravvenendo agli accordi ch'erano stati presi col Questore, alcuni compagni issarono sulla Torre degli Asinelli una grande bandiera rossa. A quella vista circa trecento fa­scisti si riversarono verso la piazza, dove frattanto il sindaco s'era affacciato al balcone, ostentando sotto il panciotto sbottonato a bella posta una pistola. Ma non poterono entrarvi perché impe­diti dai cordoni della polizia: spararono solo alcuni colpi in aria allo scopo di intimorire e disperdere gli avversari. Successe il fini­mondo: dalle finestre del Comune (il Palazzo d'Accursio) le guar­die rosse, terrorizzate e fuori di sé, si misero a sparare all'impaz­zata, i cavalli s'impennarono, disarcionando i soldati, uomini e donne si diedero alla fuga e quelli che cercavano scampo all'in­terno dell'edificio furono colpiti dalle schegge delle bombe lan­ciate dalle finestre, mentre la folla gridava:

«Ma cosa fate? Sparate sui vostri compagni!».

Intanto nell'aula i consiglieri della maggioranza aggredivano i pochi della minoranza sferrando pugni e brandendo sedie e ba­stoni, finché volarono anche dei proiettili. I morti furono dieci, i feriti una cinquantina.

«Di chi è la colpa?», scrisse Luigi Albertini sul Corriere della Sera. «Chi se non il partito socialista aspira in Ita­lia alla guerra civile?» E aggiungeva che se i socialisti volevano la guerra non potevano poi lamentarsi se le buscavano dai fascisti, la cui violenza e le cui reazioni erano «sante e benedette», come «santi e benedetti» erano il manganello e l'olio di ricino, un me­dicinale che durante la guerra veniva dato ai soldati come depu­rativo intestinale e che ora i fascisti utilizzavano per depurare il cervello degli avversari politici.

Il 23 gennaio del ’21 Balbo fece un'altra «spedizione punitiva» nelle campagne intorno a Ferrara: anche lì manganellate e olio di ricino.

Un mese dopo a Minervino Murge più di duecento sovversi­vi, armati di fucili, di pistole e bombe a mano, incendiarono una ventina di fattorie, ne uccisero i proprietari, avvelenarono gli ab­beveratoi e massacrarono gli animali. Uno degli agricoltori, ex combattente e decorato, vedendo arrivare quella folla di esaltati impugnò il fucile e ne fece fuori uno, poi, avendo quelli appicca­to il fuoco alla casa raggiunse il suo cavallo, balzò in sella e a gran galoppo si allontanò.

Un centinaio di «tigri umane» si lanciarono all'inseguimento, correndogli dietro per più di un chilometro, finché, raggiunto da una gragnuòla di proiettili, il fuggitivo stramazzò sul terreno. In un baleno tutti gli furono sopra e lo finirono con ventidue pu­gnalate.

Quell'episodio provocò un'indignazione generale ed ebbe co­me risultato un aumento incredibile di fascisti e l'iscrizione nei loro sindacati di molti contadini.

Sei giorni dopo quella strage, a Firenze, un giovane reduce, in­seguito da una torma di scalmanati, correva lungo un ponte, strin­gendosi al petto come una reliquia la bandiera tricolore. Ma non fece in tempo a raggiungere l'altra sponda che si trovò di fronte un altro branco di lupi.

«Via quel cencio da cucina!», gl'intimarono. E sfilatagli dal pet­to la bandiera gli strapparono le medaglie, gli sputarono in faccia, lo presero a pugni e a calci, lo bastonarono, mentre le donne ur­lavano:

«Ammazzalo, gettalo in Arno!».

L'afferrarono, infatti, e lo buttarono oltre il parapetto del pon­te. Ma lui, con la forza della disperazione, esausto, sanguinante, si aggrappò ai tiranti di ferro.

«Mamma, aiuto!», continuava a gridare.

I carnefici, allora, presero a pestargli le mani con gli scarponi chiodati, e lui precipitò.

Di lì a poco in tutto il Paese circolava questa canzone:

 

«Hanno ammazzato Berta,

figlio di pescicani.

Evviva il comunista

che gli tagliò le mani!»            

 

II giorno dopo un'altra strage si verificava ad Empoli.

Poiché c'era in corso uno sciopero dei ferrovieri la Regia Ma­rina di La Spezia aveva inviato nella cittadina alcuni suoi fuochi­sti e macchinisti per riattivare i treni. I comunisti appena arriva­rono i camion cominciarono a sparare e a gettare bombe dalle fi­nestre, mentre le donne lanciavano pietre, tegole e vasi da fiori. Morirono sei marinai, quattro carabinieri e un artigliere. Uno dei feriti si diede alla fuga ma fu subito raggiunto dagli assalitori, che dopo averlo preso a revolverate e a bastonate lo gettarono nel­l'Arno. Una donna, aprendosi un varco fra un gruppo che cir­condava un carabiniere a cui era stato reciso un orecchio si mise a gridare:

«Datemi quell'orecchio che lo voglio mangiare!».

Il 23 marzo alcuni anarchici lanciarono una bomba sulla pla­tea affollatissima del teatro Diana di Milano mentre si svolgeva la rappresentazione dell'operetta Mazurka blu di Lehar: morirono 18 persone, fra spettatori, artisti ed orchestrali.

Un'altra strage avvenne a Sarzana, dove alcuni fascisti aveva­no deciso di fare una delle solite «spedizioni». Informati del loro arrivo, i comunisti gli tesero un'imboscata, dopo aver distribuito armi ai contadini: pistole, fucili da caccia e bombe al tritolo. I fa­scisti non riuscirono neppure a battersi ed ebbero diciassette mor­ti e quattordici feriti. Gli altri furono torturati. Due giovani studenti, che avevano invano cercato scampo in un cascinale, dopo essere stati immersi in una tinozza piena di acqua bollente, furo­no trucidati a colpi di forca e di accetta. I carnefici gli bruciarono gli occhi con dei ferri roventi, gli mozzarono braccia e gambe e staccate dal busto anche le teste le scarnificarono e le gettarono nell'acqua fumante. I corpi dei due giovinetti - così conclude il verbale - «dovettero ancora subire un infame, sacrilego, innomi­nabile gesto».

A quelle stragi si aggiungevano gli atti terroristici contro caser­me, cantieri, edifici religiosi, nonché attentati dinamitardi ai treni e alle linee ferroviarie, in tutte le città del Nord. Le perquisizioni rivelarono l'esistenza di numerosi arsenali di armi e di esplosivi nascosti in una cinquantina di locali (nelle Camere del Lavoro, in una sede del Partito comunista a Milano, in stabilimenti indu­striali, in una drogheria, in una segheria): un totale di armi e mu­nizioni «equivalenti alla dotazione normale di un intero reggi­mento», in parte rubate nelle caserme, in parte acquistate coi sol­di inviati dal capo cassiere dei Soviet. L'inchiesta accertò la re­sponsabilità diretta e la presenza attiva di agenti segreti dell'Inter­nazionale di Mosca e portò all'arresto, oltre che di quaranta espo­nenti comunisti italiani, di numerosi russi, tedeschi e ungheresi.

E poi c'erano gli scioperi, nei quali i comunisti vedevano un'importante arma di lotta e di propaganda per i loro scopi rivoluzionari. Imposto spesso con la forza e con le bastonate a chi si rifiutava di prendervi parte, e accompagnato sempre da assalti ai negozi, saccheggi e atti di vandalismo, lo sciopero era divenu­to una malattia epidemica, assumendo «forme croniche e deliran­ti» (in un solo anno, nel '19, gli scioperi furono 1.663). Si abban­donavano le fabbriche e le campagne, si danneggiavano gl'im­pianti, si lasciavano marcire le messi e morire gli animali, si im­pediva la mungitura delle mucche (col risultato che queste mori­vano e i contadini chiedevano l'intervento e la protezione dei fascisti), gl'infermieri abbandonavano i malati e i becchini si rifiu­tavano di seppellire i morti. Scioperavano pure i preti, chi per paura, chi per simpatia, e persino i mendicanti protestavano chie­dendo l'aumento delle elemosine.

Come apparvero i fascisti gli scioperi diminuirono notevol­mente, e i giornali scrivevano: «Molta più gente penserà ora che il Fascismo serve almeno ad impedire che gli scioperi ridiventino, com'erano una volta, carnevali di vilipendi e di violenze, e ne­gherà il suo consenso al lupo che si finge agnello davanti al lupo più forte, ma non sa che urlare e cercare di mordere».

                                                                                     (Da Avanti march!, Bietti Media Editore)

 


Autore: REDAZIONALE


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