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Gramsci e la rivoluzione contro "Il Capitale"


Storia

 

 

Gramsci e la rivoluzione contro “Il Capitale”

 

Giuseppe A. Spadaro

 

 

Nel 1917 Gramsci pubblicò a Torino La città futura, che contiene una valutazione entusiastica della Rivoluzione russa, interpretata come “rivoluzione contro il Capitale”, cioè contro il libro di Marx Il Capitale. Secondo la profezia di Marx infatti, la rivoluzione sarebbe scoppiata non solo per il deterministico verificarsi di circostanze escludenti qualsiasi intervento volontario, ma in uno dei paesi più industrializzati, Inghilterra, Germania o Francia, in cui la borghesia concentrava nelle sue mani il massimo di ricchezza ed esercitava il massimo di sfruttamento del proletariato. Essa, invece, scoppiò nel paese più retrogrado e contadino.

Nell’esordio eterodosso di Gramsci, che allora aveva 26 anni, è evidente l’influsso volontaristico dell’idealismo del Croce e del Gentile. C’è da dire che Gentile più che Croce riconobbe il fondamento filosofico del marxismo, seppur mutuato dalla matrice degenerata della Sinistra hegeliana, secondo la nota confessione del filosofo di Treviri, d’essersi compiaciuto di civettare (kokettiren) con la terminologia di Hegel. Nella sua opera giovanile La Filosofia di Marx (1893) Gentile aveva infatti sviscerato tutta la problematica inerente alla definizione del marxismo come materialismo storico, polemicamente fondata sull’intento marxiano di “far camminare sui piedi la Storia, che Hegel aveva fatto camminare sulla testa”.

Gentile aveva evidenziato tutte le aporie che quella definizione faceva sorgere. Egli in sostanza riteneva impropria la definizione di materialismo storico, e si era chiesto che genere di materialismo fosse quello che, accompagnandosi all’aggettivo storico, non concepiva la materia come statica e inerte: “Ma come intende Marx la materia? Come prassi si risponde, donde materialismo storico... La prassi è sinonimo in Marx di attività sensitiva umana... Dunque l’attività della materia risiede nell’uomo... Marx non fa altro che sostituire... ai prodotti dello spirito i fatti economici, che sono i prodotti dell’attività sensitiva umana”.  

Gentile si chiedeva se quello di Marx non fosse materialismo metafisico - come se Marx, “dopo aver concepito la sua dottrina rivoluzionaria”, avesse voluto prendere una posizione in filosofia -, visto che nella prefazione al Manifesto del Partito comunista del 1883 si dichiara che “il pensiero fondamentale cui si ispira il manifesto è che la produzione economica e il congegno sociale che in ciascuna epoca storica necessariamente ne deriva è base della storia politica e intellettuale dell’epoca stessa... che tutta la storia fu storia di lotta di classi... che questa lotta ha ormai raggiunto un grado in cui la classe sfruttata e oppressa non può liberarsi dalla classe che sfrutta, senza liberar insieme e per sempre tutta la società».

Ognuno riconosce esser questa una metafisica, perché il modello hegeliano di sviluppo dialettico, secondo i tre gradi della tesi, della antitesi e della sintesi, raggiunta la meta della società senza classi, in Marx s’inceppa. È questa in effetti una aporia anche del sistema hegeliano, perché in esso la Storia, dopo esser passata dalla forma della Religione a quella dell’Arte, e da questa a quella della Filosofia, non ha altra forma che possa assumere, e resterebbe per sempre in una sorta di Pleroma perfetto. Per questo motivo, nella sua Riforma della dialettica hegeliana Gentile contrappone alla dialettica del pensato la dialettica del pensante, cioè dell’individuo che pensa, e pensando rinnova costantemente il pensiero, aspirando all’Atto puro, che non è mai Puro se non nell’aspirazione del soggetto pensante.

Poteva Gramsci rimanere insensibile al fascino dell’attualismo e al rigore di quelle analisi? La sua formazione è certamente marxista, ma nei confronti della Chiesa comunista, per la quale fino alla rivolta d’Ungheria del 1956 valeva il dogma “Meglio aver torto con tutto il Partito che aver ragione contro il Partito”, l’attualista Gramsci non può non essere un eretico. La sua eresia si manifesta nelle dispute con la classe dirigente socialista ottocentesca ammalata di ciarlatanismo scientifico. Il concetto si rifà alla gentiliana La filosofia di Marx: “In Italia s’è posto un grande studio ad alleare il socialismo con la cosiddetta scienza positiva, intendendo con questa inesatta denominazione il darwinismo o l’evoluzionismo naturalistico... È il desiderio di una unità di scienza male intesa e peggio architettata, e si dimentica che lotta per l’esistenza e selezione naturale, se si trasportassero dal mondo naturale, pre-umano, che è il lor proprio, al mondo umano storico, condurrebbero a ben altro perfezionamento sociale, che i comunisti non vogliono”.

Quali influssi gentiliani sono dunque riconoscibili nell’eretico Gramsci? Abbiamo visto il volontarismo, ma non possiamo trascurare la tensione verso l’Atto puro, che si concretizza nella ricerca della verità. Essa giustifica le scelte, anche problematiche, di volta in volta prese da Gramsci. Nel ’19 con Tasca, Terracini e Togliatti fonda l’Ordine Nuovo, che sostiene la formazione dei Consigli di Fabbrica, posizione di sinistra rispetto al PSI ufficiale. Ma nel ’20 l’occupazione delle fabbriche con gli eccessi che ne seguono (crumiri e dissidenti bruciati negli altiforni) incrementano i Fasci e fanno esplodere la polemica in casa socialista, avviando, con l’approvazione di Lenin e l’adesione di Bordiga alla fondazione del PCd’I a Livorno nel gennaio del ’21.

Nel ’22 Gramsci sostiene Bordiga contro la politica del fronte unico coi socialisti proposta dall’Internazionale. I risultati sono visibili: nell’ottobre avviene la Marcia su Roma. In maggio egli è a Mosca, dove nel giugno del ’23 sostiene la parola d’ordine dell’Internazionale: Governo operaio e contadino! Nel ’24, eletto deputato, torna in Italia. Muore Lenin, sostituito da Stalin, Trotsky, Zinoviev e Kamenev. A Mosca si apre la lotta per la successione: nel ’27 viene espulso Trotsky, nel ’29 è la volta di Bucharin, nel ’34 Radek e Tukacewskj verrano fucilati. Allarmato per i metodi usati in Russia, Gramsci scrive una lettera a Mosca rappresentante «la necessità di richiamare alla coscienza politica dei compagni russi i pericoli che i loro atteggiamenti stanno determinando nel proletariato internazionale». Togliatti, diventato l’uomo di fiducia di Mosca, si rifiuta di inoltrarla.

Quando Gramsci viene arrestato, egli è già in polemica col PCd’I e con l’Internazionale. Confinato all’isola di Ustica, non rinuncia al tentativo di preparare una classe intellettuale, tentativo proseguito a San Vittore e nella colonia penale di Turi, ma il suo dissenso con l’Internazionale gli mette contro i compagni. Nell’agosto del ’31 una grave emorragia fa sospettare un avvelenamento, per cui viene recluso in cella singola e nel ’33 è trasferito nell’Infermeria di Regina Coeli, poi nella clinica Cusumano a Formia e infine nella clinica Quisisana. Nel 1937 ottiene la scarcerazione ma muore il 27 aprile, e ancora non è chiara la causa: avvelenamento, suicidio, o tentativo di sequestro da parte di Stalin?


Autore: Giuseppe A. Spadaro


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