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E' meglio un governante povero o un governante ricco?

Conflitti d'interesse

 

 

E' meglio un governante povero o un governante ricco?

 

Secondo Plutarco è meglio essere 'governati da politici ricchi piutto­sto che da politici poveri o di modeste condizioni economiche, perché quanto più un governante è ricco tanto meno sarà portato a rubare, e in ogni caso opererà anche per il bene del popolo, certamente più di quanto non potrebbe fare un governante povero. Plutarco estende queste osservazioni ai collabo­ratori del capo del governo, aggiun­gendo. "Come è giusto che il nocchie­ro scelga i marinai, l'armatore il pilota, e l'architetto assuma maestri e mano­vali che non gli guastino l'opera ma la realizzino nel miglior modo possibile, a maggior ragione chi governa deve scegliersi come collaboratori degli amici che siano anch'essi desiderosi di operare per il bene comune". Ma lo mette in guardia dal fidarsi troppo dei suoi collaboratori, sì che non gli accada quel che avvenne a Solone quando, aven­do questi progettato di alleggerire i debiti e d'introdurre il cosiddetto "scuotimento dei pesi", egli incautamente ne informò gli amici, i quali, mettendo in atto la più iniqua delle azioni, prima ancora che il provvedimento venisse approvato, presero in prestito ingenti somme di denaro, e poco dopo, quando la legge entrò in vigore, risultò che con quei soldi avevano comprato lussuose ville e grandi appez-zamenti di terreno. Così Solone fu accusato di aver com­messo un'ingiustizia, quando in realtà ne era stato la vitti­ma".

Quanto ai politici che vanno cercando appoggi fuori dal parlamento, per contrastare leggi o provvedimenti non gra­diti, o semplicemente per partito preso o spirito fazioso, Plutarco scrive: "Chi ricorre sempre al Capo dello Stato, per un decreto o un normale atto di amministrazione, lo induce ad esercitare su di lui la sua autorità più di quanto egli stes­so non voglia o non possa. Così il Consiglio, la Giustizia e la democrazia stessa finiscono col perdere potere".

 

 

BOX

 

 

“Circa 2.500 anni fa il sofista Trasimaco di Calcedonia sosteneva che colui che ha il potere politico nelle mani comanda e fa le leggi nel suo esclusivo interesse e a favore della "cricca" che lo sostiene. Platone, invece, così scriveva nella Repubblica: "Nessuna arte e nessun coman­do procura utilità a se stesso, ma soltanto la procura a colo­ro a cui l'arte o il comando si rivolge, perché non ha di mira che il bene di chi è misero, non già del potente".

Le due tesi costituiscono i due poli estremi del dramma sociale umano, che perennemente si trascina e si impone. La Storia ci dice a chiare note che chi si adopera per con­seguire il potere, quando lo raggiunge dimentica i buoni propositi precedentemente manifestati a favore della collet­tività e si serve del potere per soddisfare in primo luogo gli interessi propri e di coloro che lo sostengono ed in ultimo elargisce qualche contentino alla massa, che dice di amministrare e governare e di cui a parole si dichiara servitore.

Per fermarci ai giorni nostri, ci sarebbe da ritenere che in quest'ulti­mo quarantennio siamo stati gover­nati da ladri, che dietro il paravento della legge hanno fatto i comodi pro­pri e delle "cricche" che li hanno sostenuti, a danno e a beffa della col­lettività degli onesti. Dinanzi a que­sti sconcertanti episodi il cittadino onesto si domanda: Ma quello che forzosamente ci hanno fatto pagare era tassa ed imposta o "il pizzo" di vere e proprie estorsioni? E gli orga­ni preposti ai controlli dov'erano? Come mai per decenni nessuno si è accorto dell'allegro spreco di denaro pubblico e delle mani ladresche che affondavano nelle casse dello Stato? Erano forse tutti complici? Come mai il Popolo Sovrano non si accorgeva di nulla e per oltre un quarantennio ha confermato sempre nel governo della cosa pubblica gli stessi partiti e gli stessi uomini, che spesso si tramandavano aperta­mente il potere da padre in figlio? Numerosissime sono le leggi e le disposizioni emanate nell'esclusivo interesse di chi comanda, o che comunque sotto la parvenza della generalità e del bene comune di fatto non sono altro che strumenti per fare arricchire i sostenito­ri del regime e per perpetuare il potere nelle mani di chi in quel momento governa. Dagli albori della storia ai nostri giorni si potrebbero al riguardo scrivere tanti libri da costi­tuire da soli una nutrita biblioteca.

 

Salvatore Riggio (magistrato)


Autore: Salvatore Riggio


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