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"Nave sanza nocchiere in gran tempesta


Lingua

 

 

"NAVE SANZA NOCCHIERE IN GRAN TEMPESTA"

 

Presentato alla Camera del deputati un progetto di legge

per la istituzione di un Consiglio Superiore della Lingua Italiana

 

 

 

Anche in fatto di lingua manca in Italia un'autorità che se ne preoc­cupi. Pure qui "le leggi son, ma chi pon mano ad es­se?". Già nel 1877 il filologo Pietro Fanfani, nel suo Lessico dell'infima e cor­rotta italianità, sottolineava "la mancanza de' su­periori", causa del "graduato corrompimento di nostra lingua", e aggiungeva: "Non poche volte gli stranieri hanno mosso accusa agli Italiani, o che non sanno la pro­pria lingua, o che essa è poverissima, o che, infine, egli non hanno vocabolari ben fatti, perché così ne' loro scritti, come nel parla­re, usano voci e maniere di dire, o che non sono registrate ne' vocabolari, o, se sono, hanno altro senso". E così proseguiva: "Ba­sta aprire un libro qualunque, o dare un'oc­chiata ad un giornale, per vederlo seminato, lasciando stare lo stile, di voci improprie, di barbarismi, o di voci straniere scusse scusse. E lo stesso dicasi del parlare; che, o per leziosaggine, o per ignoranza, oggi com'oggi non si sente dire dieci parole, cin­que delle quali non siano o d'oltremonte, o nuove, ma di cattiva formazione". Da parte sua l'Arlìa, accanto agli altri difet­ti, lamentava le "sgrammaticature" dei giornalisti, che "radicano l'abuso, facendo abboccare quella mescolanza, quel mosai­co di lingua, che oggi abbiamo in cambio della nativa, schietta e naturale". Niccolo Tommaseo definiva la nostra lin­gua "un gergo composto di vocaboli e ma­niere esotiche, ridevoli e ineleganti". E ag­giungeva: "Non solamente negli uffici pub­blici e nelle scuole, nelle botteghe e nelle officine, nei giornali e nelle assemblee il contagio di questo gergo si va diffondendo, ma penetra negli scritti più accuratamente studiati, nel consorzio della vita domestica .

Niente dunque si è mai fatto in Italia (tran­ne che nel Ventennio) per la tutela della lin­gua italiana. Nel 1994, con l'avvento del Centrodestra, qualcosa si è tentato con l'istituzione di un "Comitato per la salva­guardia della lingua italiana" (del quale hanno fatto parte studiosi di varie ideologie politiche, fra cui Tullio De Mauro e Giovanni Nencioni, nonché il direttore responsabile di questa rivista), ma, caduto quel go­verno, cadde anche il Comitato (perché il Centrodestra aveva avuto l’ardire e l’improntitudine di mettere il naso anche nella lingua).

In Francia, invece, nel gennaio del 1973 il presidente della repubblica, Pompidou, emanò persino un decreto col quale si sta­biliva che centinaia di vocaboli e di modi di dire della lingua inglese entrati nella lingua di Francia - il cosiddetto "franglais" - fossero banditi dal vocabolario nazionale. La notizia sollevò in Italia un'ondata di proteste. Ci fu chi, come Luigi Rosiello, parlò di ingenuità e mistificazione ideologica, affer­mando che il purismo è una "ideologia re­torica espressa da una classe dominante che vuole imporre o difendere il proprio potere culturale tramite il controllo in senso con­servatore dei mezzi d'espressione". Altri videro in quel decreto un atteggiamento nazionalistico ormai superato. Superato per i francesi e per noi, ma non per gl'inglesi e per gli americani, dal momento che a loro si riconosce il diritto d'imporre, accanto al­le altre merci, anche quella linguistica. Nel 1984, con Mitterrand, la lingua france­se subì un'ulteriore ripulitura: le parole "computer", "mouse" e "software", per esempio, furono sostituite rispettivamente con ordinateur, souris e logiciel. In Francia si fanno decreti anche sulla lingua e tutti, a partire dagli scrittori e dai giornalisti, li ri­spettano.

Noi non vogliamo fare i puristi (né dicia­mo, come il Cesari, che "la lingua è una bella ghiottoneria", che provoca piaceri paragonabili a quelli del profumo o del­l'oppio, di cui l'illustre abate faceva largo uso), diciamo però che la lingua è ciò che identifica e unisce un popolo (Gioberti la definiva la bandiera della Patria), è il vei­colo della sua cultura, un patrimonio che va salvaguardato, almeno dalle intrusioni ec­cessive e inutili (sunt certi denique fìnes), e soprattutto dalle sgrammaticature, frequen­ti persino sulla bocca o sulla penna di scrit­tori, che sbagliano pure i tempi e ignorano l'uso del congiuntivo. Tolstoi diceva che se fosse stato re avrebbe fatto una legge che punisse con la frusta quegli scrittori che avessero usato delle parole sbagliate. Noi invece gli diamo il premio Strega.

 

Nel Ventennio la politica culturale era uno dei cardini del Regime, non tanto per una questione di potere, ma perché sinceramente e fortemente sentita era allora, in tutti, la neces­sità di fare cultura e di diffonderla, non solo in Italia ma anche nei paesi stranieri; un'esigen­za alla quale corrispondeva da parte di quelle stesse nazioni un desiderio altrettanto autenti­co di conoscere la nostra civiltà. Tali erano la simpatia e l'interesse con cui i paesi stranieri guardavano alla nostra cultura che molti di essi, compresa l'Inghilterra, ave­vano persino un partito fascista. A Toronto, in una chiesa del Canada (il santuario della Ma­donna della Difesa), si possono ancora ammi­rare affreschi riproducenti il Duce intento alla battaglia del grano e alla stipula dei patti lateranensi.

Al sostegno e alla diffusione della cultura gio­varono fra l'altro i Littoriali, gare annuali d'arte e letteratura (in cui non pochi citavano liberamente Croce, dimostrando di averne let­to e apprezzato i libri), e i Premi Bergamo e Cremona, che, in antitesi fra loro, annovera­vano fra i concorrenti e i vincitori anche scrit­tori e artisti non "allineati", alcuni dei quali erano finanziati e spesso addirittura stipendia­ti dal Regime. L'Esposizione Universale di Roma (EUR) vide artisti quali Guttuso e Mafai, per non parlare di quelli affermati a livel­lo internazionale, come Carrà, Sironi e Cam­pigli.

L'aver portato gl'Italiani a un così vasto livel­lo di cultura forse mai raggiunto prima di al­lora, ad essere amati e rispettati in tutto il mondo, non è cosa da passare sotto silenzio. Per politica culturale il Fascismo non intende­va solo quella volta alla tutela dei Beni del passato e al sostegno della produzione artisti­ca e letteraria contemporanea, all'allestimen­to di mostre, musei, spettacoli e altri avveni­menti (quali quelli che negli anni Ottanta e Novanta hanno costituito la cosiddetta politi­ca dell'effimero, che coi suoi massicci inve­stimenti - come ha scritto Anna Maria Visser Travagli, Presidente della Associazione Na­zionale dei Musei Locali e Istituzionali - "ha drenato gran parte delle risorse verso queste attività, desertificando il 'territorio' delle isti­tuzioni, che sono state spesso emarginate o piegate a fini estranei ai loro compiti e alle lo­ro vocazioni"): per politica culturale il Fasci­smo intendeva una politica volta a tutto ciò che concerne la vita di un popolo, che abbracci l'istruzione, la sanità, il mondo del lavoro, dello spettacolo, dello sport, un'attività, quest'ultima, a cui il i Regime diede particolare importanza non solo per una completa formazione dei giovani (secondo la massima latina mens sana in corpore sano), ma anche per la creazione di pro­fessionisti che nelle varie specialità, dall'atle­tica, al calcio, al tennis, all'equitazione (ma pensiamo anche alle gare ciclistiche e automobilistiche, alle grandi trasvolate, come quelle di De Pinedo, Nobile e Italo Balbo), potessero contribuire alla formazione di una coscienza nazionale e offrire l'immagine di un'Italia unita, laboriosa e capace di competere degnamente, anche in questo campo, con le altre nazioni.

 

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L'idea di costituire una Commissione Ministeriale per la difesa della Lingua Italiana, che si deve all'On. Fortunato Aloi durante il suo mandato di Sottosegre­tario alla Pubblica Istruzione, nasce da forti esigenze di ordine schiettamente culturale. Tant'è che tale esigenza viene subito, entusiasticamente, condivisa, dai più celebri nomi del panorama culturale nazionale, al di là di qualsiasi schieramen­to politico. Il successo riscosso dall'iniziativa, potenzialmente in grado di fornire importanti contributi di ordine tecnico-culturale, mostra come essa fosse priva di qualsiasi anacronistica intenzione puristica: sarebbe folle cercare di tutelare una malintesa purezza formale della lingua nell'epoca della più sfrenata comunicazio­ne di massa nazionale ed internazionale. Ma è pur vero che, proprio nel c.d. "villaggio globale" dominato da Internet, dalla televisione satellitare e dalla telefonia mobile internazionale, paradossalmen­te un'intera generazione appena uscita dalle scuole e dalle università è di fatto condannata a non saper scrivere, e, pertanto, a non disporre dell'unico strumento in atto esistente per comunicare - anche attraverso le accennate sofisticate tecniche d'avanguardia - il proprio pensiero: un'intera generazione si trova inesorabilmente esposta ai rischi totalitari di una comunicazione passiva e a senso unico, attuata con le tecnologie più moderne, e tale da ridurre la persona umana a mero bersaglio di messaggi incontrollabili. E non è un deficit puramente linguistico, bensì, proprio perché la lingua non è un semplice contenitore di messaggi ma è essa stessa messaggio culturale, è questo un pauroso deficit culturale. È per tali ragioni che la Commissione per la difesa della lingua nasce non tanto per salvaguardare un complesso di forme ortografiche e sintattiche, ma soprattutto per salvaguardare un sistema di valori e un'identità nazionale che non conoscono divisioni politiche, perché appartengono al nucleo centrale dei valori-base di un popolo (quelli che sono stati definiti "i caratteri originari"). Tanto si deve all'iniziativa coraggiosamente assunta dall'ex Sottosegretario, a cui, purtroppo, non altrettanta sensibilità è stata riservata dai successori. Ma se esistono dei principi universali - che sia la greca "paideia" o la latina "humanitas" - che si riflettono nella cultura e nella lingua dei grandi popoli, dando lustro all'intera civiltà umana, tali principi non hanno limiti né di tempo, né dispazio, e non mancherà che iniziative come la nostra Commissione possano rivedere la luce.

(Angelo Corrado Savasta, Segretario della “Commissione per la Difesa della Lingua Italiana”, 1996)

 

 

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"Noi siamo oggi davanti al fenomeno di una crescente 'domanda' di cultura italiana, 'do­manda' che è l'indice più sicuro del valore che si attribuisce alle nostre realizzazioni politi­che e ai nostri orientamenti spirituali. Segui­te sulle cifre la curva ascensionale della dif­fusione della nostra cultura e vedrete quale sbalzo essa abbia fatto, negli anni che hanno seguito la fondazione dell'Impero. Avevamo nel 1930 poco più di 2.000 studenti di italia­no nelle Università straniere e nei nostri Isti­tuti di Cultura all'Estero: sono passati a 10.000 nel 1935; a 36.000 nel 1939. Inoltre circa 90.000 studenti sono iscritti ai corsi li­beri di lingua italiana. Avevamo, nel 1930, 36 professori italiani nelle Università e scuole medie straniere, e 82 nel 1935. Ne abbiamo ora 233. Nel 1935 avevamo 5 Istituti di Cul­tura: ne abbiamo ora 20. Non solo dai paesi vicini a noi ma dai più lon­tani, dall'America del Sud al Giappone, la gioventù studiosa si volge all'Italia. Chi gira­va il mondo anni fa vedeva di rado in una li­breria straniera un libro italiano: oggi i pae­si si contendono le nostre Mostre del Libro; la lingua italiana entra sempre più largamente nei programmi delle scuole medie straniere, mentre continua ininterrotta la gloriosa tradi­zione delle Accademie di arte e di storia che in questi anni sono andate anzi aumentando e sviluppandosi - negli ultimi tempi sono sorte a Roma quelle dei Paesi Bassi, del Belgio e della Svezia. I nostri accordi culturali sono fondati sul principio della reciprocità e dello scambio. Noi abbiamo tutto l'interesse a crea­re una duplice corrente, perché a parte il fat­to che i nostri studiosi desiderano natural­mente aggiornarsi col movimento culturale degli altri paesi, noi stessi, per la nostra espansione culturale, abbiamo bisogno di creare gruppi di studiosi che seguano da vicino quei movimenti. E' indispensabile che gli scrittori italiani vedano, osservino, giudichi­no in base a studi propri, che anche questo fa parte della nostra indipendenza spirituale ".  Galeazzo Ciano alla rivista "Primato", 1° marzo 1940)


Autore: Redazionale


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