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"Badanti" nell'antichitą


(Società)

 

“Badanti” nell’antichità

 

Testimonianze di affetto reciproco fra “schiavi” e “padroni”

 

Franco Mosino

 

 

Nell’Odissea (XXIV, 210, 366, 389) la schiava siciliana Sikelè sta nella fattoria di Laerte in Itaca con la funzione di “badante”. Laerte, re in pensione, abita come un contadino lontano dal palazzo reale, dove i Proci hanno occupato la dimora dei re. Il luogo della sua fattoria ancor oggi è chiamato in greco moderno Agròs Laerti, “podere di Laerte”, verso il centro dell’isola, nel sottile istmo a forma di budello che unisce il nord al sud dell’isola stessa, per cui Sikelè fu probabilmente comprata insieme al marito Dalio al mercato degli schiavi. E infatti la Sicilia, detta sempre Sicania per esigenze prosodiche, ospitava un fiorente commercio di schiavi (Odissea, XX, 383; XXIV, 307). Ma quale era il regime degli schiavi nel mondo greco?

In Grecia la schiavitù era già presente in età micenea (nei documenti lo schiavo figura con il termine doulos). Esistevano la schiavitù di palazzo e quella privata, oltre a quella sacra (gli schiavi addetti ai servizi nei templi erano detti ieròduli), ma si trattava, da quanto si può comprendere, di una schiavitù patriarcale, del tipo di quella esemplata nell’Odissea, per esempio nella figura del porcaro Eumeo, e in Esiodo, dove il padrone lavora accanto allo schiavo). E infatti pure Sikelè operava nel podere insieme a Laerte, vestito con abito rustico e con stivaloni, per proteggersi dalla spine. Pertanto quella presente nell’Odissea è una schiavitù molto umana e pacifica, come testimoniano almeno otto epigrammi sepolcrali relativi a schiavi, da me tradotti e commentati dalla silloge di Peek (Berlino 1995). Fra questi La serva rimpianta (Peek, 1193):

 

Serva dalle fatiche logorata, rimpianta da coloro

che l’hanno allevata, da morta questa tomba ebbe in sorte.

 

Un altro epigramma (sempre riportato da Peek, 1193) si legge su una stele di Amyzon, in Caria (secc. II-I), che così recita:

 

Io sono schiavo, sì, schiavo: in una tomba di uomo libero,

tu, o padrone, Timante, collocasti me, il tuo balio.

Senza fare del male, possa tu prolungare una felice esistenza;

se poi per la vecchiaia presso di me tu venissi,

io, o padrone, sarò tuo pure nell’Ade.

 

Ad Amyzon sorgono, in una zona di selvaggia bellezza tra dirupi scoscesi e inaccessibili, gli interessanti resti di un tempio di Artemide,  di ordine dorico, costruito nel IV secolo a. C. su una terrazza, cui si accedeva da un’ampia scalinata, e che in epoca bizantina fu trasformato in fortezza.

Ancora in Peek, 1194, si riporta un epigramma attribuito ad uno schiavo persiano, di nome Manes, che recita così:

 

Pure ora sotto terra, sì, o padrone, fedele sono come prima,

non avendo scordato la tua benevolenza, come un tempo

dalla malattia tre volte verso un salutare cammino mi conducesti,

e ora in questa nicchia mi collocasti, bastevole,

avendo dichiarato per iscritto: “Manes di stirpe persiana”.

Poiché bene con me ti comportasti, avrai nel bisogno schiavi più pronti.

 

Di una schiava, Zosima, sepolta come una libera parla una iscrizione rinvenuta ad Hams, in Siria. Il testo, in prosa, data l’epigramma all’anno 849 dell’era seleucida, cioè al 537-538 d. C. E’ dunque uno dei più recenti del corpus Peek. Hams o Hims è una città della Siria Apamene, sul fiume Oronte, 130 chilometri a nord di Damasco. Oggi conta circa 518.000 abitanti. E’ l’antica Emera, fondata in epoca molto antica (ma la prima menzione ricorre solo in età romana), fu sede di una dinastia di principi arabi, vassalli dei Romani nel secolo I a. C. Fu patria di Giulia Mamea, di Elogabalo (grazie al quale la città divenne metropoli nel 217 d. C. e ottenne lo ius italicum) e di Severo Alessandro. Nei suoi pressi Aureliano sconfisse Zenobia, la regina di Palmira, nel 272 d. C.

Sotto la grande moschea (Giomi’ el-Kebir) si trovano i resti di un tempio pagano, forse quello di Baal, venerato come dio solare, in onore del quale si celebravano i giochi. Elogabalo ne fu sacerdote prima di diventare imperatore. Una tradizione antiquaria, forse di età umanistica, presso lo storico reggino Giannangelo Spagnolìo (1573-1645) afferma che Elogabalo soggiornò sullo stretto di Messina, a nord di Reggio Calabria, nel suo viaggio verso Roma.

La schiavitù nel mondo greco è una presenza inquietante, ma di non facile analisi, come osserva Claude Mossé (AA. VV. La Grèce ancienne, Paris 1986, p. 133): “L’esclavage existait dans le monde grec, aussi bien qu’on remonte. Mais les incertitudes du vocabulaire et le petit nombre des exemples ne permettent pas de mesurer la place que tenaient ces esclaves au sein de la société”.

 


Autore: Franco Mosino


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