Barbadillo: «L’agonia dell’Occidente, un carteggio inedito di Emil Cioran»

Emil Cioran
2015-04-14 14:52:37
Barbadillo: «L’agonia dell’Occidente, un carteggio inedito di Emil Cioran»

Sono di recente pubblicazione per i tipi di Bietti le lettere di Emil Cioran a Wolfgang Kraus, dal significativo titolo L’agonia dell’Occidente. Articolato in centocinquantotto missive, lo scambio epistolare si svolge fra il 1971 e il 1990: sono anni cruciali non solo per l’Europa post-1945 ma anche per il filosofo romeno, che assiste inerme alla decadenza di un Occidente spezzato in due blocchi contrapposti e al proprio declino fisico (si spegnerà, infatti, il 20 giugno del 1995, nella clinica Broca di Parigi).

Dopo essersi stabilito definitivamente a Parigi, Cioran guarda da straniero non solo la città in cui vive ma anche il proprio Paese, percepito da lontano e senza più alcuna speranza di cambiamento. Vaporizzato il sogno giovanile di una trasfigurazione della Romania, era approdato a uno scetticismo radicale, mantenendo un disincanto assoluto di fronte al suicidio dell’Occidente e scegliendo come patria adottiva la Francia.

Cioran faceva parte di quella “giovane generazione” (il cui maestro era stato il filosofo Nae Ionescu), la quale – come sostenuto da Mircea Eliade – si era liberata dal grande ideale dei propri padri e anelava a donare alla Romania un posto privilegiato nella cultura europea. Eppure, dopo i macelli della Seconda Guerra Mondiale e della dittatura comunista, questa generazione si era trovata in esilio – oltre a Cioran, anche Eugène Ionesco, Vintila Horia, Gherasim Luca e lo stesso Eliade scelsero di lasciare la propria patria e di abbandonare la lingua madre. Un abbandono assai sofferto, come scrisse Cioran a Kraus il 29 maggio 1976: «Sono diventato uno sradicato, soprattutto perché ho rinunciato alla mia lingua madre. Che significato avrebbe l’Austria per lei, se abbandonasse la lingua tedesca?».

Agli occhi del filosofo romeno, nemmeno la caduta di Ceauşescu può mutare le sorti del Paese. Nell’ultima missiva a Kraus, datata 27 ottobre 1990, Cioran è consapevole che il cambiamento in atto con il rovesciamento della dittatura è solo apparente: «Gli avvenimenti in Romania mi hanno entusiasmato all’inizio, ora non più. In quel Paese tutto è naufragato. È la sua unica originalità». Parole che si riveleranno essere profetiche.

In queste lettere, Cioran guarda con disincanto allo sfacelo di un’Europa – nella quale «essere romeni è una maledizione» – incapace di rinascere dalle proprie ceneri, schiacciata dal dominio di due giganti, a Est e a Ovest, dai piedi di argilla. È un lucido diagnosta del proprio tempo a emergere da queste pagine, talvolta drammatiche, che solcano la storia e commentano in diretta quegli anni decisivi: il processo di disgregazione dell’Unione Sovietica, l’incapacità americana di gestire la situazione internazionale, l’espansione dei popoli arabi – «Posso azzardare una profezia? Tra cinquant’anni Notre Dame sarà una moschea». Tutto questo impedisce all’Europa di riacquisire un’identità e di riprendere possesso delle proprie sorti: «Non c’è salvezza per una civilizzazione che non crede più in se stessa». L’esito finale, tuttavia, non esclude che «ogni inconveniente nella vita comporta dei vantaggi sul piano spirituale».

Massimo Carloni, nella sua introduzione, coglie perfettamente quella predilezione per i vinti che traspare dalle parole del filosofo: «Da amatore delle decadenze Cioran sviluppò negli anni un’affinità elettiva per le civiltà al tramonto d’ogni epoca e latitudine, diventando insomma un “poeta delle cose ultime”, un implacabile clinico di quella malattia che affossava l’Occidente».

Una sincope che corre parallela al suo declino fisico, che lo porterà alle tenebre dell’oblio, definite «conseguenze della mia visione del mondo». Per chi viva profondamente la via del pensiero, come fece Cioran, non può esistere scissione alcuna fra filosofia e destino. Prenderà infine la decisione di non leggere più e smetterà anche di scrivere. In una delle ultime missive, datata 18 novembre 1989, confessa a Kraus: «Come sa, ho smesso di fare lo scrittore. Saggezza o stanchezza? Entrambe. Invano è la mia parola preferita».

Accompagnato da una selezione dei diari di Wolfgang Kraus riguardanti Cioran e da altre lettere inedite, quello edito da Bietti, anche grazie alla cura con cui è stato trattato, è un volume imprescindibile per tutti i lettori di Cioran, essendo anche il più consistente carteggio del filosofo romeno sino a oggi pubblicato in Italia.

 

(Rita Catania Marrone, «Barbadillo», 12 agosto 2014)

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