Il Giorno: «Cioran profeta di sventura nell’Agonia dell’Occidente»

Emil Cioran
2015-04-14 14:58:58
Il Giorno: «Cioran profeta di sventura nell’Agonia dell’Occidente»

Inarrivabile Cioran. Credevamo di aver toccato tutte le corde dell’anima sua, quando ne riappare una che non prevedevamo: la struggente e disincantata diagnosi, degna di un morfologo della civiltà, della crisi e del tramonto dell’Occidente. Appare, come per incanto, questo lacerto dell’opera dello scrittore romeno naturalizzato francese, dalle lettere inviate dal 1971 al 1990 all’editore e filosofo viennese Wolfgang Kraus. Dalle missive emerge una forza prorompente nel riversare su un mondo in via di estinzione tutto il suo disincanto e, come nelle maggiori raccolte di aforismi che lo hanno reso celebre, Cioran formula una sorta di “dottrina” della decadenza che collima con i saggi più compiuti, dai quali non si sfugge: o lo si rigetta o lo si ammira.

«Spengler ha sbagliato nei dettagli, ma la sua visione era giusta», scrive al suo corrispondente austriaco. E prende così posizione non tanto a favore del pensatore tedesco, che certo non ha bisogno di essere sostenuto dal pur autorevole scrittore, ma contro la vulgata progressista che ha chiuso gli occhi davanti ad uno sfacelo le cui proporzioni si vanno palesando proprio in questi miserabili tempi, a quasi vent’anni dalla morte di Cioran.

Curiosamente, da queste lettere viene fuori una ”nostalgia” asburgica dello scrittore mai emersa dai suoi libri più noti. È la nostalgia non per il “mondo di ieri”, come direbbe Stefan Zweig, ma per quel contrasto così vitale incarnato dalla figura (e non solo) dell’imperatrice Sissi, tra «una civiltà agonizzante e l’individualismo edonistico e cinetico della nuova epoca», come ha notato il curatore Massimo Carloni, che sottolinea, tra l’altro, come nel disincanto e nel tormento della sposa di Francesco Giuseppe si manifesti un sentimento collettivo di infelicità che stava per esplodere in una “gaia apocalisse”, la fine, appunto, di un ordine e di una trama di certezze che avrebbe fatto da preludio alla dirompente modernità, essenza dell’agonia dell’Occidente.

Un epistolario a volte rivela più di molti ponderosi saggi il dato caratterizzante l’animo di uno scrittore complesso e di non facile decifrazione.

Svelandosi a Kraus, Cioran mette a nudo se stesso ed offre il suo sconforto intimo come specchio di una visione del vuoto: il vuoto dell’Europa che gli dà la vertigine, “l’unica cosa a cui possa aggrapparmi”. E, ancora una volta, conferma come la sua scintillante intelligenza riesca a penetrare fenomeni complessi che, al tempo in cui li osservava, gli procuravano l’ostracismo da parte della comunità intellettuale. Quella stessa comunità che oggi lo ammira e si china sui suoi scritti con devozione, come se fosse davvero il “funesto demiurgo” che lui stesso aveva descritto in un’opera di rara profondità spirituale.

 

(Gennaro Malgieri, «Il Giorno», 26 settembre 2014)

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